
Leggendo le dichiarazioni di Lidia Vescio riportate dalla Gazzetta del Sud, si ha la netta sensazione di trovarsi davanti a un racconto smemorato, come se nulla fosse accaduto prima e durante le elezioni comunali di giugno scorso a Lamezia Terme.
Un racconto nel quale il PD “ascolta”, “coinvolge”, “lavora per il futuro”, mentre tutto ciò che ha preceduto questa fase viene accuratamente rimosso.
Eppure io sono Francesco Grandinetti, già presidente del PD cittadino, commissariato insieme all’allora segretario Masi e a un direttivo regolarmente eletto, proprio da quelle stesse persone che oggi parlano di “nuovo corso” e di pacificazione, di ascolto.
Un commissariamento arrivato a ridosso delle elezioni, imposto dall’alto, senza alcun rispetto per la democrazia interna, e oggi incredibilmente presentato come un passaggio neutro, quasi fisiologico.
Le parole della Vescio appaiono ancora più stupefacenti se lette alla luce di quanto accaduto pochi giorni fa, quando l’allora segretario provinciale e commissario cittadino del PD – Giampà, figura voluta da lei e dalla sua dante causa e sostenuta da Alecci e dal segretario regionale Nicola Irto ha dichiarato senza veli, nel corso di una trasmissione televisiva, che la stessa Vescio, insieme a lui e ad altri, avrebbe incontrato in uno studio medico di Lamezia Terme l’attuale sindaco di centrodestra Murone per proporgli la candidatura a sindaco in alternativa a Doris Lo Moro, che era stata invece regolarmente individuata dal direttivo di allora come candidata del PD da portare al tavolo del centrosinistra.
Il quadretto andato in scena con uno che afferma e l’altra che smentisce in modo visibilmente imbarazzato dice molto più di mille comunicati.
Perché se quelle parole corrispondono al vero, siamo davanti a un fatto politicamente sconvolgente; se non lo fossero, sarebbe ancora più grave che nessuno senta il dovere di fare chiarezza. In entrambi i casi, fare finta di niente è inaccettabile.
In questo contesto, assume un valore enorme il commento pubblico su Facebook di Laura Gigliotti, iscritta al PD, che con grande onestà intellettuale – e senza alcuna convenienza personale ha risposto a un dirigente del PD lametino di oggi ricordando una verità che molti fingono di non vedere. Scrive Gigliotti:
«Il PD non è un circolo privato. Noi siamo militanti che hanno il diritto di essere coinvolti nella fase decisionale, non spettatori di un progetto confezionato altrove».
E, con riferimento diretto al commissariamento del circolo ricordandogli che all’epoca era insieme a quel gruppo a chiederlo:
«È paradossale che allora chiedere partecipazione fosse un diritto e oggi, se lo chiediamo noi, diventi ‘narcisismo maligno’ o ‘pantomima’».
Parole che smascherano l’ipocrisia di fondo: quelli che oggi dirigono il partito sono gli stessi che ieri chiesero il commissariamento, e oggi si stupiscono se a chiederlo sono altri. Un rovesciamento della realtà che ha dell’incredibile.
Ancora più grave è lo scontro generazionale artificiale che Vescio sembra voler continuare ad alimentare tra “vecchi” e “giovani”.
Non è linguaggio da centrosinistra, dove i valori, le competenze e le storie di ciascuno dovrebbero essere rispettati e valorizzati. Sa piuttosto di una presa di posizione a gomiti alzati, sostenuta da potentati politici che hanno già sistemato le proprie caselle in vista delle prossime elezioni parlamentari.
Il resto è contorno:
- un congresso regionale farsa, celebrato in fretta con un solo candidato che rinnova se stesso;
- un congresso cittadino precipitato subito dopo le elezioni comunali, per cogliere tutti di sorpresa;
- tesseramenti improbabili, con gruppi accompagnati a votare e poi spariti;
- riunioni descritte come “molto partecipate” quando le foto mostrano poche decine di persone.
E allora mi chiedo e lo chiedo pubblicamente:
è questo il Partito Democratico che dovrebbe difendere i diritti delle persone?
Tutte queste polemiche fanno male al PD? Faccio male a dirle senza veli?
Forse sì, per i potentati di oggi.
Ma per le centinaia di persone con cui parlo ogni giorno, per chi ancora crede nella Carta dei valori del PD, dire la verità è un dovere. Anche se fossimo in dieci a crederci, avremmo comunque diritto alla verità.
L’Italia ha bisogno di un partito onesto, non di un partito che complice una legge elettorale distorta produce cacicchi e cacicche convinti di comandare il mondo solo perché oggi occupano una posizione di comodo.
Le persone hanno bisogno di un partito che si interessi di loro, dei loro problemi, delle loro sofferenze, dei loro figli e fin quando in Calabria non si rifonda, questo partito non c’è.
Io non ho il diritto di parlare così del mio PD.
Ho il dovere di farlo.
Ho il dovere di farlo.

