
Questo quadro non nasce oggi e non può essere separato dalle responsabilità politiche dirette del segretario regionale Nicola Irto e del consigliere regionale Ernesto Alecci, che da anni guidano o subiscono senza mai contrastarlo un sistema di gestione del Partito Democratico in Calabria fondato sul controllo, sul silenzio e sulla rimozione sistematica del dissenso.
Le sconfitte alle elezioni regionali, così come i risultati deludenti nelle principali competizioni comunali, non sono mai state oggetto di una vera analisi politica né di una assunzione di responsabilità.
Su quei risultati è calato un silenzio assordante, funzionale solo a conservare equilibri interni e posizioni di potere, mentre il partito perdeva consenso, credibilità e identità nei territori.
Quel silenzio non è casuale: è parte integrante dello stesso metodo che oggi porta all’estromissione di un consigliere comunale dalle commissioni senza confronto, senza voto e senza rispetto delle regole.
Un metodo che ha prodotto fallimenti elettorali e che oggi tenta di nasconderli eliminando chi pone domande, chiede chiarezza e pretende coerenza.
Sono iscritto al Partito Democratico per i suoi valori fondanti, non per essere sottomesso a cacicchi autoreferenziali che nulla hanno a che vedere con il centrosinistra, con la democrazia e con il rispetto delle persone.
Sono iscritto al PD per la libertà, per la democrazia interna, per il pluralismo, per il confronto, per il rispetto delle minoranze, per la trasparenza e per l’idea che un partito sia una comunità politica e non una struttura di potere chiusa, impermeabile al dissenso e allergica alle regole che essa stessa proclama.
Quanto accaduto a Lamezia Terme con l’estromissione del consigliere comunale Gennarino Masi dalle commissioni consiliari rappresenta un fatto gravissimo e inaccettabile.
Un atto compiuto con una semplice comunicazione del capogruppo, senza alcuna verifica della volontà del gruppo consiliare, senza discussione, senza voto, senza rispetto delle regole democratiche più elementari. Questo non è un errore.
È un metodo. Un metodo che a Lamezia conosciamo bene e che è direttamente figlio del modo di gestire il Partito Democratico in Calabria, sotto la regia politica di Irto e company. Nulla avviene per caso. Nulla è scollegato.
Ogni comportamento locale è lo specchio fedele di una gestione regionale autoritaria, verticistica e opaca. Di fronte a questo atto gravissimo, il silenzio dei potentati regionali, Irto e Alecci in testa, è assordante. E il silenzio, quando è reiterato, non è neutralità: è complicità.
O peggio ancora, è la prova che questo è esattamente il risultato che si voleva ottenere, magari con la complicità della dirigenza locale. Ricordo a tutti che Gennarino Masi è stato segretario del PD di Lamezia Terme per tre anni, prima che lo stesso gruppo dirigente che oggi predica regole e unità commissariasse un partito e un direttivo regolarmente eletti, colpevoli solo di non piegarsi. Da direttivo eletto siamo stati azzerati.
Abbiamo subito un commissariamento politico per lesa maestà, non per incapacità. Abbiamo assistito a congressi regionali e provinciali farsa, con esiti già scritti.
A livello regionale un unico autocandidato alla segreteria, Irto, imposto in fretta e furia. Abbiamo denunciato tesseramenti non regolari, rimasti sepolti sotto il silenzio colpevole della segreteria regionale e dell’allora segretario provinciale.
Questo è il contesto. Il caso Masi non è un incidente: è la conferma definitiva. Se non fossi stato impegnato, avrei partecipato all’inaugurazione della nuova “sede” del PD a Lamezia per tentare, ancora una volta, di stemperare le frizioni e ricostruire un minimo di unità politica vera.
Oggi, dopo quanto accaduto, quell’operazione appare per quello che è: una scenografia vuota, mentre dietro si consuma la demolizione della democrazia interna. L’estromissione di Masi dalle commissioni è un fatto politicamente e moralmente gravissimo, perché individua un partito che non tollera ostacoli, che elimina chi dissente, che vuole procedere senza controllo, senza confronto, senza voci libere.
E se fosse vero come molti temono che questo atto è propedeutico a una sua espulsione dal partito, allora lo dico con chiarezza, senza paura e senza ipocrisie: che espellano anche me. Perché la libertà di pensiero, di parola e di azione politica non può essere soffocata da autoritarismi di cacicchi autoreferenziali che hanno trasformato il PD calabrese in tutto tranne che un partito di centrosinistra.
Il PD in Calabria oggi non è centrosinistra. È gestione del potere, controllo, paura del dissenso. I cittadini hanno il diritto di sapere e di conoscere, a qualsiasi costo.
Perché il silenzio, la rassegnazione e la convenienza hanno già fatto troppi danni.Il Partito Democratico in Calabria o si rifonda radicalmente, partendo dalla democrazia interna e dal rispetto delle persone, oppure è destinato all’estinzione politica e morale. Io non starò zitto. Non ora. Non davanti a tutto questo.


