Arte e cultura
Il richiamo della strada. Michele Mele e la lezione di Blind Jack

di Nicoletta Toselli
C’è un filo invisibile che lega la matematica alla letteratura: entrambi cercano forme di verità. Michele Mele, classe 1991, ricercatore all’Università del Sannio, ha deciso di intrecciare questi due linguaggi per raccontare storie che non trovano facilmente spazio nei manuali. Storie di uomini e donne che hanno sfidato il destino e i pregiudizi.
Nonostante una grave disabilità visiva, Mele ha scelto la via più impervia: studiare matematica, quella disciplina che spesso viene considerata “il regno della visione”. “Da ragazzo mi dicevano: tu non ci vedi, non puoi capire la matematica. Ma la mia risposta è stata semplice: dimostrare il contrario”, racconta. È così che il rigore della ricerca è diventato per lui non solo mestiere, ma anche strumento narrativo.
Il suo ultimo libro, Il richiamo della strada, porta alla luce una figura dimenticata del Settecento inglese: John Metcalf, detto Blind Jack. Cieco dall’età di sei anni, figlio di una famiglia povera, Metcalf fu musicista nei pub, soldato, contrabbandiere, ma soprattutto il primo ingegnere stradale della storia. “Costruì più di 300 chilometri di strade e decine di ponti ancora oggi percorsi. Tutto senza la vista, ma con una lucidità e un ingegno che lo resero un personaggio leggendario”, spiega Mele.
La vita di Metcalf sembra scritta da un autore picaresco. Da bambino si arrampicava sugli alberi senza paura, da adulto cavalcava senza vedere, guidava amici e viaggiatori, suonava nei pub e vinceva gare di equitazione. Una volta, quando sei cavalli morirono di freddo durante i lavori a una strada, lui – con il suo proverbiale umorismo – si limitò a commentare: “È molto tempo che il cuoio di cavallo si vende a caro prezzo, forse adesso calerà”.
Ma il capolavoro della sua leggenda resta il ponte di Boroughbridge. Convocato da un gruppo di ingegneri in un pub – il Crown, ancora esistente – mentre ognuno discuteva la propria idea, Metcalf prese la parola: tracciò mentalmente le dimensioni e i materiali necessari e descrisse il progetto con una precisione disarmante. “Era un venerdì – racconta Mele – e il martedì pomeriggio il ponte era già completato. È ancora lì, intatto, nonostante abbia resistito perfino a una bomba della Seconda guerra mondiale”.
“Quella di Metcalf è la dimostrazione che non è la mancanza fisica a creare la disabilità, ma il contesto”, riflette l’autore. “Nessuno gli disse non puoi farlo perché sei cieco: lo misero alla prova e lui divenne un punto di riferimento. È un insegnamento universale: il limite sta spesso nello sguardo degli altri, non in chi agisce”.
Da matematico, Mele affronta anche la scrittura con lo stesso metodo: cercare fonti, verificare, costruire dimostrazioni. Per ricostruire la vita di Metcalf ha viaggiato tra Knaresborough, Harrogate, Boroughbridge e Stofforth visitando archivi, musei e persino i pub dedicati a lui. “Alla fine del libro ho riportato oltre 140 fonti. Perché non c’è nulla di inventato: la realtà, in questo caso, supera la fantasia”.
Il libro ha ottenuto l’International Books for Peace Award, consegnato al Parlamento Europeo di Roma, un riconoscimento che negli anni è stato conferito anche a figure come Giovanni Impastato e l’attivista iraniana Narges Mohammadi, premio Nobel per la Pace. “Un premio che dedico a chi lotta ogni giorno contro i muri dell’indifferenza e del pregiudizio”, dice Mele.
Michele Mele continua oggi a muoversi tra ricerca, insegnamento e scrittura. “Le strade di Metcalf non erano solo opere di ingegneria: erano vie che univano comunità, che aprivano possibilità. È quello che vorrei fare anch’io, con la mia matematica e con i miei libri: costruire ponti, creare connessioni, rendere visibili storie che rischiano di restare nell’ombra”.


