La furia di Jolina e il fallimento della Politica: l’ontologia dell’abbandono secondo Mazza

di Nicoletta Toselli
L’ennesimo disastro ambientale che ha colpito il cuore dello Jonio, travolgendo l’area compresa tra Mirto-Crosia e Corigliano-Rossano, non può essere derubricato a semplice fatalità meteorologica. Secondo l’analisi di Domenico Mazza, come da nota stampa, provocata dal ciclone Jolina rappresenta l’epilogo di un’inerzia istituzionale stratificata, una sorta di “ontologia dell’abbandono” che trasforma eventi prevedibili in catastrofi cicliche. Il fango che oggi ricopre le strade non è il frutto di una “bomba d’acqua” eccezionale, ma l’evidenza tangibile di una gestione del territorio che ha rinunciato alla prevenzione ordinaria per rifugiarsi nell’affanno della gestione postuma.
Il cuore del problema risiede in un processo di incuria decennale che ha alterato la morfologia stessa dei corsi d’acqua. Gli alvei fluviali, trasformati in giungle impenetrabili e ricettacoli di detriti mai rimossi, hanno subito un innalzamento tale da superare le quote dei terreni circostanti. In questo scenario di “geografia invertita”, i fiumi non scorrono più protetti nel sottosuolo ma incombono sulle comunità come entità pensili. Quando la capacità di ricezione si esaurisce, la fisica compie il suo corso naturale: la massa d’acqua utilizza case e aziende come vasche d’espansione, trasformando una carenza manutentiva in un’implacabile conseguenza meccanica.
Il fallimento descritto da Mazza investe direttamente le classi dirigenti, accusate di aver subordinato la sicurezza idrogeologica alla logica dell’emergenza e alle passerelle istituzionali. La frammentazione delle competenze tra Enti locali, Consorzi di bonifica e Regione ha generato un vuoto decisionale profondo, in cui lo Jonio viene percepito come un’appendice remota e sacrificabile. Questa crisi non è solo ambientale, ma rappresenta una decrescita forzata che soffoca l’economia e le prospettive di sviluppo di un intero comprensorio, riducendo il fango a unico elemento unificatore dell’Arco Jonico.
Davanti a questo punto di non ritorno, l’autore invoca un superamento della rassegnazione e della pura testimonianza. La messa in sicurezza dei bacini idrici deve essere pretesa come un diritto elementare di cittadinanza, non come una richiesta di assistenza. È necessaria una mobilitazione delle coscienze che costringa le istituzioni a invertire la rotta, poiché la terra non perdona il vuoto della politica. Il riscatto della Sibaritide passa necessariamente attraverso la riappropriazione della propria geografia, prima che la prossima onda di piena cancelli definitivamente il futuro di questo territorio.

