Calabria

Morte di Antonio Perrotta, Caruso: «La violenza non nasce nei locali, attraversa la società»

di Nicoletta Toselli

La morte di Antonio Perrotta continua a scuotere il territorio e ad aprire interrogativi che vanno oltre la cronaca della tragica notte di Sangineto. Sul dramma interviene Sergio Caruso, che parte dal pensiero rivolto alla vittima e alla sua famiglia per allargare la riflessione al clima di aggressività che attraversa la società.

«Il pensiero va inevitabilmente alla tragica notte di sabato, ad Antonio, alla sua famiglia e a una morte tanto assurda», afferma Caruso.
In questi giorni, insieme al dolore e allo sgomento, si sono moltiplicate le domande. «Dove abbiamo sbagliato?», «che società abbiamo creato?», «abbiamo toccato il fondo?». Espressioni che Caruso definisce probabilmente vere, ma che da sole non bastano a spiegare quanto accaduto.

Il punto centrale del suo intervento è il rifiuto di individuare nella musica, nei locali e nei luoghi di aggregazione la causa della violenza.
«La colpa, tuttavia, non è della musica, dei locali o dei contesti di aggregazione, ma risiede nella distruttività sociale insita in ognuno di noi».
Secondo Caruso, il problema emerge ormai nei contesti più diversi e coinvolge generazioni differenti. «Prepotenza, arroganza e aggressività caratterizzano ormai sia i giovani sia i meno giovani, manifestandosi nei contesti più disparati: dall’aggressione stradale registrata a Guardia Piemontese fino alla banale fila alle poste».

Da qui una considerazione precisa: «Ecco perché i locali non sono i fattori scatenanti».
Il luogo nel quale un episodio di violenza si verifica, dunque, non può automaticamente diventarne la spiegazione. L’aggressività può emergere durante una serata, sulla strada o in una circostanza apparentemente insignificante. Per Caruso occorre guardare più in profondità, a una crescente difficoltà nel gestire il conflitto, accettare le contrarietà e riconoscere l’altro senza trasformarlo in un avversario.

Poi, però, ogni analisi si ferma davanti alla morte. Davanti a una vita spezzata e al dolore di una famiglia.
«Poi arriva la morte — inesorabile, fredda, tagliente — a ricordarci che rischiamo di ridurci ad animali; bestie che fuggono senza meta da vite insoddisfatte ed evitano di ammettere le proprie debolezze attaccando il prossimo».

Caruso conclude richiamando Jean-Paul Sartre e una delle frasi più celebri di A porte chiuse: «L’inferno sono gli altri».
La morte di Antonio Perrotta lascia così, oltre al dolore, una questione che riguarda l’intera comunità.

Non soltanto dove e come possa esplodere la violenza, ma cosa accada prima, nelle relazioni e nella quotidianità, perché un contrasto possa superare il limite e produrre conseguenze irreversibili.

Mostra di più
Pulsante per tornare all'inizio