Tra campane e radici, Fiore Sansalone racconta la memoria del Savuto

di Nicoletta Toselli
C’è una Calabria che difficilmente si ritrova nei documenti ufficiali. È quella custodita nei racconti familiari, nelle consuetudini religiose, nelle feste patronali, nelle parole dialettali e nei gesti quotidiani di generazioni cresciute in una società prevalentemente agricola.
È su questo patrimonio che torna a concentrarsi Fiore Sansalone con Tra campane e radici, proseguendo un percorso di ricerca dedicato alla cultura popolare del Savuto.
Giornalista, editore e studioso delle tradizioni locali, Sansalone vive e lavora a Rogliano e dal 1998 dirige La Voce del Savuto, testata nata per raccontare il territorio a sud di Cosenza. La ricerca sulla memoria popolare accompagna da molto tempo la sua attività: già nel 1980 aveva pubblicato, insieme a Brunella Aiello, Trilogia della vita – Quannu sona la campana – Nascita, matrimonio e morte nella cultura contadina. Negli anni sono seguiti altri lavori dedicati agli usi e alle espressioni della cultura calabrese.
Tra campane e radici si colloca dunque all’interno di una ricerca più ampia, nella quale la storia di una comunità viene ricostruita anche attraverso ciò che la storiografia maggiore tende inevitabilmente a lasciare ai margini.
Al centro ci sono la religiosità popolare e il rapporto che le comunità del Savuto hanno costruito nei secoli con i propri santi e con le figure mariane. Processioni, feste, edicole votive, preghiere e consuetudini familiari diventano elementi attraverso i quali leggere non soltanto la fede, ma l’organizzazione stessa della società.
Nel mondo contadino la ricorrenza religiosa rappresentava infatti uno dei momenti fondamentali dell’anno. Il calendario della Chiesa si sovrapponeva spesso a quello dei lavori agricoli e accompagnava stagioni, raccolti, attese e momenti decisivi della vita familiare.
Le feste patronali assumevano così anche una funzione sociale. Riunivano famiglie, contrade e paesi, rinsaldavano appartenenze e offrivano occasioni d’incontro in comunità nelle quali la vita quotidiana era segnata soprattutto dal lavoro.
Un patrimonio immateriale che Sansalone conosce e indaga da molti anni. La sua produzione comprende infatti studi e pubblicazioni sulla vita contadina calabrese, sui canti tradizionali e sugli antichi rituali. Anche il suo lavoro giornalistico ha frequentemente riportato l’attenzione sulle tradizioni del Savuto, dalle celebrazioni religiose alle espressioni della cultura materiale.
Dentro questa prospettiva trova spazio anche l’emigrazione, fenomeno che ha profondamente modificato la storia sociale dei piccoli centri calabresi. Partire non significava necessariamente interrompere il rapporto con il paese d’origine.
Le feste religiose, le ricorrenze familiari e le devozioni rappresentavano spesso strumenti attraverso i quali continuare a riconoscersi nella comunità lasciata alle spalle.
Il valore del volume sta quindi anche nella volontà di documentare un universo che sta rapidamente cambiando.
La trasformazione dell’agricoltura, lo spopolamento dei centri interni, l’invecchiamento della popolazione e il progressivo venir meno della trasmissione orale rendono più fragile una parte consistente della memoria locale. Con la scomparsa delle generazioni che hanno vissuto direttamente quella realtà rischiano di andare perduti non soltanto racconti e testimonianze, ma anche termini dialettali, rituali, conoscenze e modi di interpretare il mondo.
Da qui l’importanza della ricerca e della scrittura.
Non si tratta di costruire una rappresentazione nostalgica della civiltà contadina, che fu anche una società segnata dalla povertà, dalla fatica e dall’emigrazione. Si tratta piuttosto di riconoscerne il peso nella formazione dell’identità culturale del territorio.
Il lavoro di Sansalone assume per questo una funzione che è insieme narrativa e documentaria: recuperare testimonianze prima che scompaiano e restituirle alle generazioni successive.
Campane e radici diventano allora due immagini complementari. Le prime richiamano una voce collettiva che per secoli ha scandito il tempo dei paesi; le seconde rimandano all’appartenenza, alla provenienza e a ciò che continua a legare una persona alla propria terra anche quando la vita conduce altrove.
Ed è forse proprio questo il significato più attuale del libro: ricordare che la storia di un territorio non è composta soltanto dai grandi avvenimenti. Esiste anche una storia apparentemente minore, costruita nelle case, nelle campagne, nelle chiese e nelle piazze.
Una storia fatta da persone delle quali, molto spesso, non rimane il nome nei libri.
Eppure sono state proprio quelle persone a costruire, giorno dopo giorno, la memoria collettiva del Savuto.

