Dalla memoria alla terra: l’amministrazione comunale di Paterno Calabro riscopre il lino e il grano germano con Destinazione Jassa

di Nicoletta Toselli
Ci sono coltivazioni che per anni hanno fatto parte della vita delle famiglie e che poi, lentamente, sono scomparse. Restano nei ricordi, nei nomi degli attrezzi, in qualche oggetto conservato e nelle parole di chi ha ancora memoria di come si seminava, si raccoglieva e si trasformava ciò che la terra produceva.
A Paterno Calabro quella memoria potrebbe presto tornare nei campi. L’Associazione Destinazione Jassa, riprendendo un’idea dell’amministrazione comunale di Paterno Calabro recentemente insediatasi, tra l’altro inserita nel programma elettorale, ha ritenuto di avviare una sperimentazione per recuperare due coltivazioni legate alla tradizione contadina del territorio: il lino e un antico cereale conosciuto localmente come germanella (jermanella), legato alla tradizione del grano germano (jermanu).
L’idea è stata lanciata dal presidente dell’associazione, Carlo Misasi, con un obiettivo preciso: cominciare dalla terra, verificare se queste colture riescano ancora ad attecchire e soltanto dopo valutare la possibilità di costruire una piccola filiera corta.
Per il lino significherebbe partire dalla coltivazione e arrivare, in una fase successiva, alla lavorazione della fibra e alla realizzazione di elementi in tessuto.
Per la germanella, se la sperimentazione darà i risultati sperati, si potrà pensare alla produzione di una farina di qualità. Il primo anno sarà dunque dedicato alla prova sul campo.
Paterno rappresenta il primo test di un’esperienza che Destinazione Jassa intende successivamente declinare anche in altri territori.
Ma per capire che cosa significassero davvero queste coltivazioni bisogna prima recuperare il sapere di chi ancora ne conserva memoria.
A raccontarlo è il professor Salvatore Iannitelli, socio fondatore di Destinazione Jassa, che ricostruisce un lavoro lungo, paziente e quasi interamente familiare.
Professor Iannitelli, quanto era diffusa la coltivazione del lino a Paterno?
«La coltivazione del lino veniva effettuata da tutte le famiglie per semplici scopi familiari, non a livello industriale. Il lino consentiva di garantire un corredo alle figlie femmine e il fabbisogno di spago per quello che serviva nelle famiglie.»
Non si trattava quindi di una produzione destinata al mercato. Ogni famiglia coltivava piccoli appezzamenti in funzione delle proprie necessità.
Quando cominciava la coltivazione?
«Una volta preparato il terreno tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, si seminava il lino nel mese di novembre-dicembre, più o meno nello stesso periodo del grano. È una coltivazione vernina che non ha bisogno di irrigazione.»
Poi arrivava la primavera. Ed è uno dei ricordi che Iannitelli conserva con maggiore nitidezza.
«A maggio-giugno si vedevano da lontano questi appezzamenti di un colore celeste meraviglioso. Erano piccoli appezzamenti e quello era il fiore del lino, un fiore eccezionale.»
Dopo la fioritura cosa accadeva?
«Il lino si faceva essiccare sulla pianta, poi si estirpava e si raccoglieva in fascetti. I fascetti venivano lasciati nel campo stesso, a mucchietti, con la radice verso il basso e i semi verso l’alto.»
I semi erano racchiusi in capsule rotondeggianti, simili a piccole palline. All’interno si trovavano piccoli semi marroncini e allungati. Oggi i semi di lino sono comunemente utilizzati anche per l’alimentazione. Allora, ricorda Iannitelli, non era quello il loro impiego.
Come venivano recuperati?
«Una volta essiccato, il lino veniva battuto sopra un telo oppure sopra un pezzo di terreno ben pulito, su un pavimento o su un ripiano di tavole, per rompere le capsule, fare uscire i semi e raccoglierli.»
A quel punto cominciava la preparazione vera e propria della fibra. I fasci venivano portati nell’acqua.
Dove?
«In una zona che chiamavamo vurga, una specie di ansa provvisoria di un canale d’acqua. Poteva essere un punto più largo oppure una piccola cibbia. Si mettevano dei pesi sopra e il lino rimaneva in ammollo per circa ventotto-trenta giorni.»
Era la fase della macerazione.
Trascorso quel periodo, i fasci venivano tolti dall’acqua e lasciati nuovamente asciugare.
E quando erano completamente asciutti?
«Si battevano con una mazzarella, cioè un pezzo di legno appiattito, sopra un ceppo oppure sopra una pietra, per chi possedeva la pietra, o anche sul pavimento. Bisognava frantumare e schiacciare tutto lo stelo del lino.»
Una di quelle pietre è ancora conservata nella proprietà di Iannitelli, negli stessi luoghi nei quali veniva utilizzata. Un oggetto originale che permette oggi di vedere materialmente uno degli strumenti di quella lavorazione.
Dopo la battitura arrivava la manganatura.
Come funzionava?
«Si utilizzava il mangano, un attrezzo fatto in legno di quercia. Con una mano si inseriva il lino e lo si faceva procedere, partendo dalla radice verso la testa, a piccole fasce; con l’altra si azionava una leva che lo schiacciava. In questo modo la parte legnosa veniva frantumata ancora di più.»
Seguiva la cardatura.
«Il cardo era costituito da un pezzo di legno con dei chiodi, con le punte rivolte verso l’esterno. Si prendeva un fascio di lino e si cercava di separare ancora meglio la parte dura del legno, ormai frantumata, dalla fibra.»
Il passaggio poteva essere ripetuto una o due volte, a seconda della necessità. Soltanto allora il lino era pronto per essere filato.
Chi se ne occupava?
«Si passava alla filatura con la conocchia e il fuso. Erano soprattutto le donne anziane a dedicarsi a questo lavoro, oppure lo si faceva durante il giorno, negli spazi tra un pasto e l’altro e gli altri lavori.»
Dal fuso bisognava poi arrivare alla matassa. Entrava così in gioco l’aspo o matassaro (u matassaru).
Com’era fatto?
«Il matassaro era fatto o di canna con due pezzettini di legno oppure interamente di legno, per essere più robusto. Con questo si faceva la matassa: dal fuso si passava alla matassa, poi dalla matassa al gomitolo.»
Prima, però, la matassa veniva bollita.
«Veniva bollita per bene e poi dalle matasse si passava ai gomitoli.»
Con il gomitolo terminava sostanzialmente il lavoro della massaia. Una parte dello spago veniva però conservata per le necessità domestiche.
«Serviva per i salami o per legare varie cose e naturalmente si cercava di non sprecarlo.»
Quello stesso filo entrava anche nei giochi dei ragazzi.
Anche nelle trottole?
«Per noi ragazzi era un ottimo filo per le famose trottole, perché lo spago bagnato aderiva perfettamente alla trottola. Con altri fili, invece, scivolava e la trottola non girava bene.»
C’era poi un altro utilizzo, legato a un tempo e a una sensibilità diversi da quelli di oggi.
«Con quel filo si faceva anche quello che chiamavamo u cacchiu. Si metteva nei nidi degli uccelli per cercare di prendere la mamma mentre covava le uova. È una pratica che oggi ci rendiamo conto essere stata bestiale, ma in quei tempi non ce ne rendevamo conto.»
Il resto del filato veniva invece portato alle donne di Paterno, o di altri paesi, che possedevano il telaio.
E dal filo si arrivava finalmente alla tela?
«Sì. Dal filo si passava a queste strisce di tela, piuttosto bianche ma non completamente.»
Una volta riconsegnata alle famiglie, la tela veniva messa in ammollo, lavata, asciugata e battuta. Il procedimento veniva ripetuto più volte per renderla più resistente e più bianca possibile. Solo dopo l’ultima asciugatura veniva tagliata secondo le necessità.
Cosa si realizzava?
«I tovaglioli per il tavolo, le tovaglie, le federe dei cuscini, i sacchi per la farina, i canovacci e altre cose.»
Una parte importante era destinata al corredo delle figlie.
«Si facevano lenzuola, cuscini, sacchi della farina e tutto quello che doveva servire in casa. Alla figlia femmina bisognava dare un corredo completo. E più figlie femmine si avevano, più bisogno c’era di coltivare il lino.»
Il lino accompagnava quindi una parte importante della vita familiare. Iannitelli lo ricorda come un tessuto molto resistente, facilmente lavabile e adatto a diversi utilizzi. Soprattutto, era un prodotto che poteva essere ottenuto quasi completamente all’interno dell’economia familiare, con l’aiuto delle donne che possedevano il telaio per la fase della tessitura.
Ma nei campi di Paterno non c’era soltanto il lino. C’era anche un antico cereale che nella memoria locale viene ricordato come germanella (jermanella).
Professor Iannitelli, com’era la germanella?
«Era un cereale che qui si coltivava molto tempo fa. Aveva un chicco più scuro del grano e più sottile. La caratteristica principale era che dava un pane molto scuro, molto buono, con un ottimo sapore.»
Spesso veniva mescolata al grano comune.
«Si mescolava insieme al grano normale per dare un colore più attenuato.»
Una delle sue caratteristiche principali riguardava però il terreno.
Poteva essere coltivata anche nei terreni meno fertili?
«Sì. Non aveva bisogno di terreni molto profondi o molto fertili. Si adattava a quei pezzettini di terra dove il grano non cresceva. E la germanella cresceva bene.»
Anche la pianta aveva caratteristiche che Iannitelli ricorda chiaramente.
«Aveva reste molto lunghe e una spiga sottile e allungata.»
La paglia era particolarmente resistente e veniva utilizzata, secondo il suo ricordo, anche per costruire setacci o crivelli (crivi) e altri oggetti.
Era un’agricoltura nella quale ogni terreno poteva avere una funzione e quasi nulla di ciò che veniva prodotto andava sprecato.
È da questa memoria che nasce l’idea di Carlo Misasi.
Il presidente di Destinazione Jassa ha proposto di riportare queste coltivazioni nei campi e verificare concretamente la loro risposta.
Nessun risultato viene dato per acquisito.
Il primo anno sarà dedicato alla sperimentazione. Per il lino bisognerà innanzitutto verificare se la coltivazione attecchisce e con quali risultati. Soltanto successivamente si potrà cercare chi sia in grado di lavorarne la fibra e arrivare alla produzione di elementi in tessuto.
Lo stesso vale per la germanella. Prima la semina e il raccolto; poi, se i risultati saranno quelli sperati, la possibilità di ottenere una farina di qualità e provare a costruire una piccola filiera locale.
Queste nuove sperimentazioni seguono un percorso già avviato da Destinazione Jassa con il Fagiolo Poverello Bianco, che sembrerebbe aver attecchito nell’orto solidale affacciato sul convento. Un primo risultato che sarà sottoposto a verifica nel mese di settembre, quando gli agronomi dell’ARSAC valuteranno direttamente la risposta della coltivazione e gli esiti della sperimentazione.
Paterno è il primo test. Il progetto sarà successivamente declinato anche in altri territori di Destinazione Jassa, tenendo conto delle caratteristiche dei luoghi e delle coltivazioni che vi appartenevano.
Non si tratta di ricostruire il passato né, tanto meno, di immaginare che quel mondo possa o debba tornare.
Si tratta di recuperare ciò che può avere ancora un senso, verificarlo sul campo e non lasciare che insieme alle coltivazioni scompaiano anche le conoscenze che le accompagnavano.
Salvatore Iannitelli, dopo aver raccontato tutte le fasi della lavorazione del lino, alla fine non torna al mangano, al fuso o al telaio. Torna a un’immagine.
«Quello che resta nella mente è vedere quegli appezzamenti, quei quadratini, quei rettangolini di terreno di quel celeste meraviglioso nel mese di maggio-giugno.»
Non c’è bisogno di desiderare che tornino quei tempi. Forse basta desiderare di rivedere certe immagini. E quei piccoli rettangoli di terra colorati di celeste, dopo tanti anni, potrebbero essere un buon punto da cui ricominciare.



